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ZURB (MATTIA ZURBRIGGEN)
Di mio padre conosco l'odore dell' alcol, tabacco e panni umidi.. è la prima cosa che mi arriva di lui le poche volte che ritorna a casa.. di notte sempre di notte… io non so mai se dall'osteria o da una spedizione… lui con me non parla.. che è una guida famosa me lo ha detto la mamma... e che ha scalato vette altissime…
Di e Con Ombretta Zaglio
Regia: Irina Favaro

Immagine: Irina Favaro
Sviluppo multimediale: Simone Galiano
Testi: Ombretta Zaglio, Carla Reschia, Irina Favaro
Musiche: Bregovic, Stratos, Stivell ,Satie ,Mascagni, Sainko,Gasparyan, Egschiglen, Karaindrou
Format: narrazione in ambiente multimediale (digital storytelling)
Performing media: Carlo Infante



Tra la metà dell’800 e la Prima guerra mondiale vive Mattia Zurbriggen, walser di Macugnaga e conquistatore della vetta più alta del Sud America, l’Aconcagua: all’epoca si pensava che un uomo non potesse raggiungere i 7.000 metri. … Zubriggen è una delle più alte interpretazioni dello spirito montanaro ottocentesco, indomito e autoritario, anarchico e impulsivo, eccessivo in tutto, capace di slanci e dolcezze inimmaginabili spesso sottomesso al conforto-schavitù dell’alcol. Un’epopea romantica di grandi imprese, di territori mai esplorati in Himalaya, in Nuova Zelanda e nel Tien Shan, un viaggio attraverso le speranze e le ambizioni di una generazione di esploratori e di avventurieri, per raccontare una sfida più che mai attuale se per sfida si intende la sfida a se stessi, alle proprie capacità, alla propria pazienza e sopportazione. Raggiungere la vetta è raggiungere qualche cosa di grande, che ci fa sentire grandi: affrontare il vento che spazza le creste e non ti fa salire e poi… da lassù… vedere l’invisibile e poi… la discesa… e poi … salire ancora più in alto e poi… e poi… e poi. E’ una storia esemplare di ascesa e caduta. Il testo è il risultato di una rigorosa ricerca su documenti dell’epoca, tra le pieghe dei segreti che ogni uomo porta via con sé, sulla memoria che lascia. Una storia di un uomo, scritta da donne. Una multimedialità realizzata al computer, lo schermo per la videoproiezione gioca con la narrazione. E’ specchio… di sentimenti ruvidi e umani.

[Nota]: Il diario delle imprese di Mattia Zurbriggen pubblicato a Londra nel 1899 è ora disponibile nell’edizione italiana: ZURBRIGGEN, MATTIA: Dalle Alpi alle Ande. Italia, Ed.Vivalda, 2001

VIDEO

Percorso [2002] nasce la storia per il web ZURB (MATTIA ZURBRIGGEN) presentata a A.D.E (Inteatro di Polverigi)
[2003] (dicembre) anteprima a Torino, Pinerolo, Alessandria nell’ambito di Montagne in città – progetto speciale
[2004] (24 aprile) – debutto a Torino

Temi e Linguaggi
Zurbriggen è una delle più alte interpretazioni dello spirito montanaro ottocentesco, indomito e autoritario, anarchico e impulsivo, eccessivo in tutto, capace di slanci e dolcezze inimmaginabili, un “eroe” che pur compiendo imprese eccezionali conserva fragilità e paure; spinto da un grande sogno, troverà nella montagna l’unica alleata per elevarsi e uscire dalla mediocrità che lo circonda.

Lo spettacolo ripercorre i temi dell’avventura, della libertà, della sfida, dell’insofferenza alle costrizioni e alla mediocrità, alla ricerca di una possibile identità.

E’ una storia vera quella che raccontiamo, e tutto ciò che parlava di Zurbriggen e della montagna lo abbiamo analizzato (diari, foto d’epoca, pubblicazioni di montagna, interviste, filmati) per penetrare un epoca, il suo mondo a noi sconosciuto (la montagna) e trovare in lui, somiglianze e diversità.
Il racconto teatrale è il frutto di questa indagine: un ritratto di guida e di uomo scritto da donne come se fosse lui a raccontarci la sua vita, il suo “sentire” e non solo le gloriose imprese che lui stesso ci restituisce nel libro Diario Dalle Alpi alle Ande pubblicato in Inghilterra nel 1899.

Un gioco narrativo e multimediale in grado di catturare e coinvolgere a tutti i livelli lo spettatore sia esso adulto o ragazzo attraverso un racconto rigoroso e appassionante supportato da immagini (filmati,animazioni flash,foto) rielaborate al computer e videoproiettate.

Un nuovo modo di narrare, sta percorrendo la compagnia e Ombretta Zaglio attrice, narratrice, cantastorie, sperimenta una modalità di narrazione in grado di raccogliere più generazioni. A partire dal precedente spettacolo Un cappello Borsalino, l’indagine su “documenti” e l’impiego della nuova tecnologia computerizzata hanno evidenziato le linee di una ricerca artistica volta a diffondere un utilizzo creativo dei linguaggi multimediali, senza abbandonare le specificità del teatro di narrazione.

Il Digital story telling è una procedura di comunicazione che rivela la sinergia tra la parola e lo schermo e che affonda le radici nella tradizione del cantastorie (si pensi solo all’uso del tabellone nel “cunto” siciliano) rendendo ancora più seducente la parola che interagisce con le immagini secondo i principi della sinestesia, l’integrazione dei diversi piani percettivi.
(Carlo Infante – Imparare Giocando – Interattività fra teatro e ipermedia, Bollati Boringhieri)


Dettagli, durata ed esigenze tecniche

Durata: 50 minuti
Adatto a: Per tutti, per ragazzi, età consigliata: da 11 anni in su.
Esigenze tecniche: Spazio scenico Largh. mt. 6 Prof. mt. 8, Kw 12 , buio. Per spazi teatrali e non
Spazio scenico: minimo profondità m 5,50 – larghezza m 6; buio totale per retroproiezione, scaletta di collegamento platea-palco
Carico elettrico: Kw da 6 a 10 – presa da 32 a. trifase 3 p +n+t; è disponibile anche in versione per piccoli spazi


Cosa dicono gli spettatori

“..non conosco ancora bene  la lingua italiana ma le immagini mi hanno aiutato a seguire questo bellissimo spettacolo”
“ la storia di Zurbriggen è stata emozionante. Avete messo bene in evidenza
il rapporto tra uomo e montagna.
“ mi ha colpito l’intreccio tra tradizione del teatro e  moderna tecnologia
Studenti  scuola superiore “Fermi” – Alessandria


Le recensioni

“bello, storicamente rigoroso, biograficamente complesso, mi ha toccato il cuore (cos’altro si può chiedere a un’interpretazione teatrale?)” Enrico Camanni – scrittore e alpinista- dicembre 2003

C’è il Mathis a tutto tondo nella storia ricostruita da Ombretta Zaglio per la sua pièce. “Il Mathis? Ein tifal, un demonio”, diceva la nonna Francesca quando cercavo cautamente di avviare il discorso per saperne di più su quella guida che – senza iperbole – aveva conquistato il mondo delle montagne nello scorcio fra l’Ottocento e il Novecento, ma che a Macugnaga era diventato tabù. Una fama cancellata di brutto a causa dei suoi stravizi e soprattutto della fuga, uncinato dall’alcol e da che cos’altro, non si sa. Un bel giorno era scomparso lasciando la famiglia , moglie e figlioletti sul lastrico. “Eppure ritornava dalla spedizioni dei signori inglesi carico di bauli”, diceva Cesarino Lagger, una vecchia guida secca e rude. E si chiudeva a riccio. Inutile saperne di più.
Dopo morto si seppe che era finito a Ginevra a campare come un barbone. Trent’anni fa ne avevo parlato a Guido Tonella, famoso giornalista svizzero che negli anni Trenta aveva seguito de visu le imprese di Cassin sulle Jorasses e dei tedeschi sull’Eiger. Lui aveva setacciato certi rioni ginevrini a interrogare i più anziani, e uno ricordò vagamente la presenza di un vecchio barbuto, in disfacimento, che la gente diceva essere stato una grande guida. Ma il nome proprio non se lo ricordava, ammesso che quella specie di fantasma ne avesse uno.
A quasi un secolo di distanza – morti anche tutti i testimoni pervicacemente muti e refrattari – era però opportuno recuperare la storia del Mathis. Che è emerso dalle ceneri (chissà dove sono), nella sua grandezza di guida-esploratore sulle montagne di tutti i continenti.
In giro per il mondo sono tutti convinti che, con quel cognome, sia stato svizzero. Così un nipote che vive negli Stati Uniti ha donato il suo secondo libretto di guida al museo del Club alpino di Berna (Il primo è conservato al museo del CAI, a Torino).
In Argentina stanno istituendo un parco dell’Aconcagua, la cima che lui aveva vinto da solo nel 1896. Sono andati nella valle di Saas a chiedere notizie, ma li hanno indirizzati a Macugnaga. Gli dedicheranno una sala.
La sua autobiografia, pubblicata a Londra, è stata tradotta anche in Italia un secolo dopo. Ma al di là delle carte, Ombretta Zaglio ce l’ha restituito con la forza prorompente e godibilissima delle sue parole. Lei, così minuta e tenera, perfettamente a suo agio nelle vesti dell’energico e massiccio “bergführer”, finalmente recuperato nei suoi pregi e nei difetti. Debolezze e grandezza di tutti gli uomini, anche delle somme guide. Grazie, Ombretta. Teresio ValsesiaScrittore e alpinista

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Testo e immagini qui

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